L’origine dei problemi con i figli sta nei genitori che hanno. Una volta dicevo e scrivevo nei miei articoli e post, la frase “i figli sono come sono perché hanno i genitori che hanno”. L’esperienza mi ha portato a modificare questa frase aggiungendo un doveroso particolare “i figli sono come sono in gran parte perché hanno i genitori che hanno”. In gran parte ma non al 100%.
Questo non deve diventare un alibi.
Nell’articolo di oggi parliamo di come possiamo svolgere al meglio la nostra parte di genitori influenzando con le nostre azioni in positivo o in negativo.
Quando i figli non creano problemi
Quando un genitore di un bambino non ha difficoltà, cioè quando tutto scorre liscio, quando i figli non creano problemi, non è detto che stia agendo al meglio.
Se il genitore è particolarmente rigido, o se agisce attraverso rigide imposizioni che il bambino è costretto ad accettare non avendo la forza per reagire e opporsi, è molto probabile che possa avere un figlio che asseconda ogni “comando” genitoriale, che accetti supinamente tutto.
In questi casi, apparentemente, il genitore non ha problemi ma non sta “seminando” per un dialogo e non sta “seminando” per accompagnare ad una crescita sana del proprio Io. Con l’arrivo dell’adolescenza, quel mondo che era a “comodità d’adulto” ad un certo punto è molto probabile che vada stretto al figlio, perché vorrà affermare la propria personalità, la propria indipendenza. Per il genitore che fino a poco prima aveva tutto sotto rigido controllo, questo cambio di rotta dei figli è un trauma. Un sacrilegio.
In questi casi, spesso la situazione sfugge di mano perché i figli decidono di prendere in mano la propria vita (ovviamente con gli scarsi strumenti che hanno).
Ogni volta che i genitori mi dicono “non capisco, era bravissimo, educatissimo, faceva tutto quel che gli dicevo di fare, mai un comportamento fuori posto, mai una frase fuori posto…” stanno descrivendo un “gatto di marmo”, non un figlio. Mi stanno descrivendo un figlio ammaestrato, con il guinzaglio corto, che certamente non dà problemi ai genitori e quindi sono sereni e soddisfatti ma, è una calma che molto probabilmente pagheranno in seguito.
Se i figli si ribellano alla rigidità genitoriale significa che hanno ed esprimono una personalità. Sarà loro utile nel futuro mondo adulto.
Se i figli subiscono supinamente senza trovare la forza di esprimere e manifestare se stessi, significa che la loro personalità è stata schiacciata, la loro autostima mortificata e la loro vita da adulti sarà complicata.
Lo scontro generazionale
Non è obbligatorio avere uno scontro generazionale con i figli.
E non è la regola che i figli, arrivati all’adolescenza, debbano necessariamente entrare in contrasto con i genitori.
Inoltre non è obbligatorio che tra genitori e figli adolescenti si debba creare un muro comunicativo.
Diventa la regola se, in precedenza, non si sono creati i giusti presupposti.
È importante essere consapevoli che, molto spesso, il problema che scoppia in faccia ai genitori è solo l’ultimo tassello del puzzle, è solo ciò che ad un certo punto è emerso.
Occorre essere consapevoli del fatto che la crisi è conseguenza di una serie di situazioni precedenti. Faccio un esempio: “Mio figlio non studia”: lo studio è fatica e se fino a 50-70 anni fa la fatica era una componente “ovvia” nella vita delle persone, ora si fa di tutto per evitare la fatica ai figli fin da quando sono piccini.
Quando è piccolo e allunga la manina per prendere il giochino, la mamma amorevole glielo porta alla mano. È un gesto d’amore, ma gli sta rendendo facile il raggiungimento del suo piccolo desiderio, gli sta impedendo di sviluppare la decisione di essere più forte della fatica pur di raggiungere ciò che desidera.
È solo un esempio ma, ogni volta che noi genitori interveniamo CON AMORE per aiutare i figli, dobbiamo essere consapevoli che stiamo impedendo loro di abituarsi alla fatica e quindi diventa più facile stare tutto il giorno sul divano a guardare la TV o a giocare con la PlayStation perché non richiedono alcuno sforzo di volontà.
Se lo vesti tu fino a che non compie 11-12 anni, se gli imburri il pane tostato la mattina, se gli stai addosso per tutti i compiti e gli organizzi lo studio, sei come quei politici che agiscono per il consenso di oggi senza la lungimiranza di agire per il bene di domani.
La disponibilità per amore
Qualche anno fa andai a casa di una amica e, la figlia di circa 7 o 8 anni, le chiese “mamma che ore sono?”. Lei, prontamente, guardò in un istante l’orologio e le disse “sono le 4 e mezza”. Un gesto e una risposta innocente, apparentemente di poco conto. Chiesi alla mia amica: “A scuola non ha imparato a leggere l’orologio?” e lei mi disse “Si, certo, hanno fatto dei bellissimi lavoretti costruendo gli orologi con le lancette” e io mi chiesi (ma non le dissi nulla) “Allora, perché non le hai lasciato fare lo sforzo di impegnarsi a leggere l’ora?”
Certo, è più comodo avere un genitore amorevole che ti risponde al volo.
Quando il genitore risponde al volo si sente straordinario perché è stato utile al figlio, perché ha dato amore attraverso quell’aiuto, quel consiglio, quel suggerimento. Il genitore è appagato perché ha confermato a sé stesso che è ancora utile al figlio. Ma non sta seminando, anzi, sta spargendo il diserbante.
Lascia che le risposte se le trovino da sé. Stimola la loro curiosità rispondendo “Non lo so, cerchiamo insieme la risposta”.
Dire “non lo so” quando la risposta in realtà la conosci, non appaga il tuo senso di onnipotenza ma stai facendo un ottimo lavoro di stimolazione perché si diano da fare per ottenere ciò che vogliono.
L’allenamento alla fatica non vale solo quando sono piccini.
“Sono stanco, mi porti tu dal mio amico? (o al centro commerciale a comprare le scarpe nuove?)”. So benissimo che rispondere SÌ significhi dimostrare la propria disponibilità. So benissimo che rispondere NO ti fa sentire una mamma degenere perché la possibilità ed il tempo per accompagnarlo riuscivi a ritagliartelo ma, in quel NO, c’è il mettere i figli davanti al bivio: “Non ho voglia di andarci da solo, ma sono disposto a fare la fatica di prendere i mezzi pubblici e farmi un bel pezzo a piedi pur di andare dal mio amico o al centro commerciale?”.
Ecco che hai messo un altro piccolo mattoncino nella costruzione del loro atteggiamento.
I figli che non comunicano
Faccio un altro esempio con un’altra frase tipica: “Mio figlio non comunica…” Teniamo presente che le persone sono disposte a fare qualunque cosa purché ritengano che ne valga la pena.
La comunicazione è uno scambio. Lo scambio avviene se ci sono dei presupposti che fanno ritenere lo scambio utile e necessario. Non desidero avere alcuno scambio con te se non ne ho motivo.
Per evitare che si crei il blocco della comunicazione cosa hai seminato? Quante volte, mentre ti raccontavano qualcosa della loro quotidianità, li hai fatti sentire sbagliati, in errore o li hai criticati anziché, semplicemente, ascoltarli?
Quando il bambino dice: “Alfredo ha spintonato Marco” e la frase del genitore è “E tu perché non sei intervenuto a difendere Marco che è più gracilino e timido di Alfredo?” il genitore ha appena risposto al desiderio del figlio di condividere, facendolo sentire sbagliato, in errore, e innescandogli il senso di colpa per il proprio gesto di indifferenza.
Se queste piccole e innocenti conversazioni si ripetono, ad un certo punto quel bambino impara che, ogni volta che dice qualcosa alla mamma, ci rimette.
Impara che conversare è svantaggioso. Se ogni volta che dice qualcosa si sente avvilito, perché mai dovrebbe continuare a dire qualcosa? Non è un masochista quindi impara che è meglio tenere tutto per sé.
I figli che non aiutano i genitori in casa
Altra frase che sento spesso dai genitori è la lamentela che i propri figli non aiutano in casa. Non muovono un dito e, se gli si chiede di fare qualcosa, sbuffano, alzano gli occhi al cielo e si lamentano.
Cosa hai seminato perché ti aiutassero?
Quante volte hai preferito fare tutto tu per fare prima?
E quante hai deciso di fare tutto perché agendo in autonomia riusciva meglio mentre, se affidavi quel compito ai tuoi figli, poi magari dovevi rifarlo meglio? E poi, quante volte i tuoi figli hanno provato ad agire e tu hai fatto notare che poteva essere fatto meglio, abbattendo il loro piacere alla disponibilità?
I genitori non se ne rendono conto, ma con queste azioni seminano per quello che poi raccolgono.
In questi casi, perché le cose cambino c’è bisogno di ripartire dalla ricostruzione del rapporto.
I figli che mostrano aggressività
Non hai idea di quante mail o messaggi ricevo da parte di genitori che mi raccontano: “In mio figlio c’è aggressività, lo vedo spesso arrabbiato contro tutto e tutti”. Non si tratta necessariamente di violenza e non parlo di disturbo della personalità o situazioni simili (non sono un terapeuta ma un coach in dinamiche familiari e, i disturbi della psiche sono un campo dei terapeuti).
In quei messaggi si parla di un modo di comunicare, di reagire, che rivela rabbia, intensa intolleranza verso qualcosa. Cosa ha determinato questa rabbia? Cosa potremmo aver inavvertitamente fatto perché si innescasse questo atteggiamento? Come si parla ad un ragazzo in queste situazioni senza suscitare ulteriore rabbia?
Magari quella rabbia scaturisce da una situazione, un aneddoto, una frase che a noi pareva di poco conto ma, se ha innescato quell’umore, quelle reazioni, significa che va presa in considerazione e va guardata in faccia e occorre fare delle correzioni.
Occorre innanzitutto evitare di far sentire i figli sbagliati per il solo fatto che provino rabbia. Se è arrabbiato per un certo motivo e tu gli dici che non deve sentirsi così, con ogni probabilità avrà la sensazione che stai facendolo sentire sbagliato e la sua rabbia aumenterà perché non si sentirà capito, compreso e accettato.
I genitori devono stabilire i confini
Fino a che punto rispettare le loro libertà e fino a che punto affermare il nostro ruolo. Chi lo decide? I figli? No. Se lo decidono i figli stai lasciando a loro il ruolo genitoriale.
Qualche giorno fa una signora mi ha scritto: “Mio figlio di 11 anni si rifiuta di farmi controllare il suo cellulare”. Trovo sensato che un figlio (specie se ha qualcosa da nascondere) non voglia farsi controllare il cellulare. Il figlio sta interpretando la sua parte di figlio. Ma il genitore deve interpretare la sua parte di genitore e stabilire le regole sull’utilizzo del cellulare (per lo meno a quell’età).
Se il genitore accetta le regole che sta dettando il figlio di 11 anni, c’è un’inversione di ruolo dove il figlio detta le regole a cui i genitori si devono attenere.
In queste situazioni chi è responsabile se succede qualcosa di negativo? Se il genitore fa il genitore ha la responsabilità delle proprie scelte, ma se è il figlio a fare il genitore?
Il genitore è responsabile per aver scelto di non svolgere il proprio compito.
Il bisogno d’amore dei genitori
Il problema, oggi, è che il grandissimo bisogno di dare e ricevere amore ai figli fa sì che non si voglia vedere i figli soffrire.
Pur di vederli allegri, felici e sereni, gli si concede moltissimo perché se non ottengono ciò che vogliono diventano tristi o arrabbiati, e quando li vediamo in questo stato ci sentiamo pessimi genitori che non hanno saputo dar loro la felicità e la gioia.
Una volta i genitori ricattavano emotivamente i figli “se mi vuoi bene fai questa cosa, fallo per me”. Un pessimo modo di educare, che sfrutta il senso di colpa altrui. Oggi sono i figli ad usare il senso di colpa sui genitori “Sono triste per colpa tua, perché non mi dai ciò che voglio”.
I figli agiscono in questo modo perché hanno scoperto che i genitori sono molto sensibili a questo stimolo. Ecco che i genitori dovrebbero lavorare sulla propria capacità di essere genitori e non dispensatori di gioia e felicità.
Fabio Salomoni

